Due notti alla Certosa di Bologna

Due notti alla Certosa di Bologna

1845

Scheda

La morte è un argomento letterario. La sua natura angosciante e misteriosa, il fatto che sia l’unico vero evento ineluttabile dell’esistenza, conferiscono al Sonno Eterno una potenza poetica e un fervore narrativo senza eguali. Ogni romanzo, poema, dramma teatrale o tragedia che si rispetti, dall’Antologia Palatina fino ai giorni nostri, ha sempre riservato alla Morte un ruolo da protagonista. E il cimitero, luogo della morte per eccellenza, per metonimia diventa anch’esso fonte d’ispirazione per riflettere sul dramma della fine biologica. E’ stato così per Foscolo, che ha dedicato ai Sepolcri un intero poema, per Thomas Gray, poeta inglese definito “sepolcrale”, per Edgar Lee Masters, che ha creato un’intera raccolta di epitaffi sui personaggi che abitavano il cimitero della sua Antologia di Spoon River.

Ben settanta anni prima dello scrittore statunitense, però, c’era già stato chi, ispirandosi al cimitero cittadino, aveva creato una galleria di personaggi, scegliendoli tra chi dimorava nel luogo dell’eterno riposo. Fu il bolognese Bernardo Gasparini, che nel 1845 pubblicò un breve pamphlet (scritto in ampia parte nel 1815), intitolato Due notti alla Certosa di Bologna: una raccolta di cantici, ognuno dei quali è ispirato a un sepolcro del cimitero cittadino e a chi vi alberga. Gasparini visse in piena epoca romantica, un momento in cui la morte diventa un leitmotiv ossessivo, un tema dominante il pensiero e la sensibilità degli uomini. La letteratura preromantica e romantica è pervasa da raffigurazioni cimiteriali e da immagini di fantasmi. Fedele alla sua cultura Gasparini immaginò di essere in Certosa di notte, creando una situazione inquietante e apprensiva, poiché, “della notte è figlia, ma di lei più oscura, le sorge appresso la Paura”. Durante la prima notte al cimitero, all’improvviso, apparve dinanzi al nostro narratore un uomo di “sembianza altera e peregrina, che mostrava tesor l’alto intelletto”; le righe seguenti, ci rivelano che l’uomo è Lodovico Salvioli, celebre poeta e storico bolognese. L’atmosfera si tinge di tinte dantesche: infatti, Gasparini incontra i suoi personaggi come fantasmi, apparizioni eteree di defunti ansiose di dialogare con un uomo ancora facente parte del mondo dei vivi.

Gasparini, quindi, si ritrovò nella selva oscura della Certosa, e, confuso e impaurito chiese a Salvioli “Dimmi, o vate, dove son quelli / Di cui quaggiù l’onor eterno dura? / Verrai meco, rispose, fra gli avelli, / E ti fian le sembianze manifeste”: fedele all’originale, il poeta bolognese trovò alla Certosa il suo Virgilio, che non a caso chiama “vate”, e con lui prosegue la passeggiata notturna nel cimitero della città felsinea. Il primo personaggio da cui Salvioli conduce l’originale scrittore del nostro libretto è Francesco Albergati “presso un marmo assiso”. Albergati e Salvioli, entrambi uomini di lettere, s’incontrano con letizia, e Albergati, riconoscendo la natura vitale di Gasparini, esprime subito l’impaziente desiderio di raccontare la vicenda del suicidio della propria moglie, sperando con la tragica narrazione di riscattare la sua probità presso il mondo dei vivi.

Accomiatandosi dal nobiluomo, i due cittadini bolognesi, proseguono l’inconsueta passeggiata, fino al sepolcro dell’avvocato Eligio Nicoli (Chiostro III, arco 29), che con la stessa apprensione di Albergati, chiede notizie del mondo terrestre. Gasparini, alla presenza di Nicoli, diventa suo malgrado protagonista di un episodio divertente: infatti, desideroso di baciare una guancia dell’illustre avvocato, stimato concittadino, si ritrova a baciare l’urna che gli è accanto, a causa dell’inconsistenza del defunto, che come ogni fantasma che si rispetti è impalpabile! L’ultimo personaggio incontrato da Gasparini nella sua notte certosina, non ebbe, per la città di Bologna, alcuna importanza. A dare l’addio all’avventura ultraterrena dell’autore, infatti, è una giovane donna che Gasparini aveva conosciuto in vita, un suo amore perduto. 

L’apparizione è emozionante ma breve, e dopo le sue belle sembianze, dice l’autore “più lei non vidi, e in sua vece il sole”. Con il giorno termina l’esperienza soprannaturale di questo immaginoso bolognese. Ma una sola notte trascorsa in Certosa non è certo sufficiente per incontrare quanti vi sono sepolti, nemmeno se è il 1815 e il cimitero cittadino è aperto da soli 14 anni. Gasparini, quindi, decide di tornare la notte successiva, sperando di riprendere gli oscuri incontri, questa volta senza alcun Virgilio bolognese. Ha fortuna: Gaetano Gandolfi, celebre pittore e incisore, è il primo protagonista della seconda notte in Certosa. Il sepolcro di questo bolognese illustre, per chi si rechi al cimitero oggi, è ancora sito lì dove lo trovò Gasparini (Chiostro III, arco 12), come pure, probabilmente, anche lo spirito che vi alberga. Allo stesso modo si trova ancora locata nel Chiostro III (non a caso il più antico della Certosa) l’arcata dedicata al conte Sebastiano Tanari, anch’egli visitato da Gasparini nella sua nuova nottata al cimitero.

Non esiste libro di storia locale che nasconda più personaggi di quanto faccia la Certosa, e Gasparini ne è consapevole: Carlo Mondini, professore di anatomia e il canonico priore Giuseppe Vogli sono gli ultimi due concittadini insigni cui la notte, con la sua breve durata, concede di apparire. Giunge il giorno, che con la luce trasforma nuovamente gli spiriti in muti sepolcri, e termina la strana avventura di Gasparini. Voltata l’ultima pagina del libretto, però, appare un’appendice, scritta nel 1845: “Dopo sei lustri nel feral soggiorno /A meditar novellamente io torno”. Sono trascorsi trent’anni, e l’autore bolognese torna alla Certosa, ma questa volta, per cercare qualcuno: “Ah! ti conosco tra li mille e mille / Tu sei mio figlio”. Bernardo Gasparini si reca in Certosa per vedere Carlo, il figlio prematuramente scomparso.

L’ultimo cantico del libretto del cittadino bolognese è totalmente autobiografico, pieno della malinconia nostalgica tipica delle lapidi e degli epitaffi della Certosa. Carlo è l’unico personaggio che non parla, non dice nulla al padre: tutta la descrizione immaginativa delle due notti trascorse nel cimitero si frantuma davanti al dolore causato dalla morte e dalla perdita, lasciando spazio solo alla sentimentalità paterna. Ha scelto di trascorrere soltanto Due notti alla Certosa di Bologna, Bernardo Gasparini, ma avrebbe potuto continuare per giorni interi, lasciando parlare chi troppo spesso, ottusamente, si crede essere muto per sempre.

Genny Bronzetti

Testo tratto da: B. Buscaroli, R. Martorelli (a cura di), La Certosa di Bologna - Un libro aperto sulla storia, catalogo della mostra, Tipografia Moderna, Bologna, 2009.

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